|
Altro che il
“risarcimento sociale” invocato da
Giordano e dalla maggioranza del
Prc. Ogni giorno che passa nuovi
dati confermano che per i
lavoratori italiani continua a
piovere sul bagnato.
La ripresa
economica si vede nei bilanci, nei
profitti, nella produzione, ma non
nei salari o nei diritti di chi
questo aumento della ricchezza lo
sta creando con il proprio lavoro.
Non è retorica, lo dicono i dati
nudi e crudi.
Secondo
un’indagine di Unioncamere condotta
su un campione di centomila
imprese, le assunzioni con
contratti precari continuano ad
aumentare senza sosta. Nel 2001
erano a termine il 40 per cento del
totale dei nuovi assunti; nel 2005
si arrivava al pareggio (50 per
cento); nel 2006 si è saliti al
53,7 per cento e i primi dati di
quest’anno parlano di un ulteriore
aumento al 54,6 per cento. C’è
qualcuno che si ricorda della
“lotta alla precarietà”?
Meno diritti,
meno salario. L’occupazione
aumenta, anche nella grande
industria, ma i salari sono al palo
o addirittura calano. Secondo i
dati della Banca d’Italia (vedi il
manifesto del 3 luglio) tra il 2002
e il 2006 il reddito familiare
medio è cresciuto in termini reali
di uno striminzito 2,6 per cento;
tuttavia quella media nasconde il
crescente impoverimento dei
lavoratori dipendenti: dove il
capofamiglia è un lavoratore
autonomo, infatti, il reddito
cresce dell’11,7 per cento; dove è
un lavoratore dipendente cala del
2,1 per cento.
Secondo l’Istat
in aprile la retribuzione nelle
grandi imprese sarebbe in calo
dell’1,1 per cento su base annua.
Questa è la
realtà quotidiana di milioni di
persone alle quali si dice ora che
dovranno lavorare di più, più
flessibili, più a lungo, con la
prospettiva di una pensione sempre
più lontana e sempre più povera.
Questi sono i
fatti che stanno alla base del
tracollo nella popolarità di questo
governo. Il resto sono chiacchiere
utili solo a riempire le pagine dei
giornali.
La
controffensiva promossa dal gruppo
dirigente del Prc non ha finora
portato ad alcun risultato
significativo: qualche decina di
euro per i pensionati più poveri,
proposta che anche Cgil Cisl e Uil
considerano “inadeguata”, qualche
altra decina di euro di
ammortizzatori sociali, poco più.
In cambio si approva all’unanimità,
quindi anche col sostegno del
ministro Ferrero, un Documento di
programmazione economica e
finanziaria che non solo prosegue
sulla strada del “risanamento” a
spese dei soliti, ma contiene anche
dei veri e propri schiaffi come la
quotazione in Borsa di Fincantieri:
per l’ennesima volta ci si prepara
a regalare al capitale privato un
gioiello industriale, migliaia di
lavoratori che da mesi, con
assemblee, scioperi, manifestazioni
hanno ribadito che la ricchezza da
loro prodotta in uno dei maggiori
gruppi della cantieristica mondiale
deve restare in mano pubblica. E
dove è finito il solenne impegno
votato unanimemente poco più di due
mesi fa nel Comitato politico
nazionale del Prc, nel quale si
ribadiva il sostegno alla Fiom e
agli operai Fincantieri in lotta
contro la privatizzazione?
Tutta la
sinistra si incatena in un
meccanismo distruttivo nel quale
ognuno si adatta alle posizioni di
chi ha immediatamente alla propria
destra. La maggioranza del Prc
dichiara che certo, l’esperienza di
governo non è un dogma, ma che
rompere da soli non si può, semmai
lo si dovesse fare bisogna farsi
accompagnare perlomeno da Fabio
Mussi e da Sinistra democratica.
Pertanto,
dichiara sempre Giordano, nel 2008
si faranno liste comuni per le
elezioni amministrative. Mussi, a
sua volta spiega che certo, è
necessario tornare a costruire una
sinistra che conduca battaglie
ormai da tempo abbandonate, ma che
tale sinistra deve essere
saldamente alleata al Partito
democratico in via di fondazione.
Il tutto mentre il leader designato
del Partito democratico pronuncia
un discorso programmatico di tale
respiro da far quasi sciogliere in
lacrime il capo degli industriali
Montezemolo, il quale dichiara che
“è il nostro discorso”.
E non finisce
qui: incoraggiati dalle prese di
posizione di Bruxelles e delle
varie istituzioni finanziarie
internazionali, rialzano la testa i
cosiddetti riformisti, l’estrema
destra della coalizione di governo,
i quali minacciano di negare i loro
voti a un accordo sulle pensioni
che la “dia vinta” (sembra uno
scherzo, ma non lo è) alla Cgil e a
Rifondazione. Li incita un
editoriale del Sole 24ore (4
luglio) che auspica “un taglio
netto”, una crisi di governo e fa
appello a Dini, alla Bonino, a
Morando, a Mastella e allo stesso
Veltroni affinché traggano le
necessarie conseguenze.
C’è qualcuno che
crede seriamente che in questo
contesto, con Veltroni alla sua
testa il Partito democratico possa
essere un “leale alleato” per la
sinistra, con il quale dibattere
amabilmente su quali siano le
migliori ricette per dare al paese
la sospirata felicità? O non è
piuttosto un pericoloso progetto
che punta a fare il vuoto alla
propria sinistra, con l’aiuto di
una adeguata legge elettorale, e a
ridurre definitivamente
all’impotenza Rifondazione
comunista?
Rifondazione
comunista si trova davanti a un
bivio che potrebbe dimostrarsi
decisivo per la stessa vita del
partito, sicuramente per
determinare le sue sorti nei
prossimi anni. Il congresso, il cui
inizio è previsto per l’autunno, di
fatto è già cominciato.
La necessità di
una rottura netta con la
subordinazione del partito al
centrosinistra e al governo è ogni
giorno più evidente; anche chi ha
dato fiducia al tentativo di
governo non può non registrare un
dato di fatto fondamentale: in una
collocazione che logora il partito,
che lo indebolisce politicamente e
organizzativamente ogni giorno di
più, qualsiasi prospettiva di
battaglie future è compromessa alla
radice, venendo a mancare lo
strumento indispensabile per
condurle: un partito solido,
credibile, coerente che goda della
fiducia dei lavoratori più
combattivi e politicamente attivi.
Questo è il
punto centrale anche della
discussione sul cosiddetto
superamento o scioglimento di
Rifondazione comunista.
Il partito
comunista che vogliamo è tale
innanzitutto perché non subisce il
condizionamento delle forze
riformiste, perché sa e può
condurre una battaglia
intransigente in difesa degli
interessi della nostra classe.
Fuori da questo non c’è né simbolo,
né scheda elettorale, né alleanza
più o meno stretta con altre forze
di sinistra che possa garantire il
diritto ad esistere della
prospettiva comunista.
Redazione FalceMartello |